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Dicembre-Gennaio

Solstizio d'Inverno

Dopo le feste di novembre la luce del sole continua a declinare, fino a toccare il punto più basso col solstizio di dicembre. Allora, nel mondo contadino arcaico, su ogni altra preoccupazione prevaleva la paura dell'estinzione della luce. Di conseguenza i riti solstiziali di Capodanno erano finalizzati soprattutto a scongiurare la morte del sole. Il loro elemento più significativo era il fuoco, da quello del ciocco di Natale ai falò di Sant'Antonio Abate.

Natale

E' viva e diffusa l'usanza di preparare due tipi di dolci augurali, legati al simbolismo magico della tradizione contadina: le cròstele (ciambelle fritte, dal lat. crustola) e i cice repline (ceci ripieni o, meglio, ripieno di ceci). Le prime, come tutti i dolci di forma anulare, operano magicamente (per magia simpatica) sulla continuità dei cicli temporali, scongiurandone l'interruzione. I secondi, morbidi e pieni come seni di donne lattanti o zolle di terra fecondata dai semi, propiziano la fertilità dei campi e l'abbondanza del raccolto. Non diversamente dai semi di zucca, i ceci fanno parte di una diffusa simbologia della fecondità. Fino agli anni '50 si è conservata la tradizione del ceppo natalizio (ciòcca o capezzone). "La mattina del dì di Natale usano le contadinelle portare alle case vicine un grosso pezzo di pedale di un albero, e ne hanno regalate delle ghiottonerie" (Pietro De Stephanis). Il motivo del fuoco torna nelle torce accese che i ragazzi agitavano per le strade la sera della vigilia per annunciare la messa di mezzanotte.

Capodanno

La mezzanotte del 31 dicembre segna il discrimine tra la fine dell'anno vecchio e l'inizio del nuovo. A questo punto di sospensione cronologica sono legate due belle leggende pettoranesi. La prima riguarda l'acqua del Gizio, "che in punto a mezzanotte si arresta e diventa oro" (come dire, il flusso del tempo si ferma e il mondo è sospeso per un attimo indeterminato nell'eternità). "Una donna che non sapeva tutto questo -ma è grandissimo tempo addietro- si trovò ad attingere proprio in quel momento e, invece dell'acqua, portò a casa una conca d'oro" (G. Finamore). La seconda leggenda è ispirata a S. Margherita, patrona del paese e signora delle acque del Gizio, che fila il suo fuso d'oro nella grotta della Valle di Frevana. Si tramanda che la santa, a mezzanotte di Capodanno (o, secondo altri, di Natale), prende le fattezze di una fanciulla incantevole e si rende visibile a chi abbia l'ardire di scalare la roccia e arrampicarsi fino alla grotta. Ma la cerimonia indubbiamente più suggestiva del Capodanno pettoranese, tuttora in auge, è la serenata augurale di questua della notte di San Silvestro. "Nella sera della vigilia, dall'Avemaria fino ad ora tarda, le donne, in brigatelle, vanno in giro nel paese, cantando auguri senza accompagnamento di strumenti musicali" (G. Finamore, 1890). La canzone, cantata con le bocche accostate al buco della serratura, si chiudeva con l'augurio di buon anno. La mattina dopo, le comari tornavano nelle case dove avevano lasciato la bona nova e ricevevano la strenna in beni di natura. Nel Capodanno del 1925 il canto anonimo popolare cominciò a cedere il passo alla serenata organizzata da un apposito concertino, che da allora avrebbe presentato ogni anno una canzone nuova. Tuttora, nella notte di San Silvestro, la gente continua ad uscire e a incontrarsi sulle strade per scambiarsi gli auguri, ascoltare e cantare insieme la nuova canzone.

Feste dei Fuochi

Dopo l'Epifania, le feste dei fuochi chiudevano il periodo solstiziale e aprivano quello di Carnevale. I giorni solenni erano il 17 e il 20 gennaio, rispettivamente dedicati a Sant'Antonio Abate (Sant'Antonie o Antùane viècchie), protettore del mondo rurale, e a San Sebastiano, guaritore delle polmoniti. Il 16 gennaio, vigilia di Sant'Antonio, si cacciavano dalle stalle gli animali da fatica (asini, muli, cavalli, buoi) o di produzione (mucche, pecore e capre) e si portavano sul sagrato della chiesa del santo. Quando la piazzetta antistante era colma come una fiera, il parroco impartiva la benedizione e i contadini, subito dopo, baciavano i loro animali sulla fronte. La benedizione di Sant'Antonio aveva il potere di preservare le bestie dalle malattie e dalle fatture delle streghe per tutto l'anno, di renderle feconde e di restituirle alla pienezza del loro vigore fisico dopo il lungo torpore della stagione invernale. Il giorno successivo si svolgeva la processione. Usciva dalla chiesa del santo, faceva il giro del paese e rientrava nella chiesa madre, in piazza della Prece. Giovani e ragazzi alzavano cataste di legna, frasche e ginepri verdi su ogni slargo o piazzola posta lungo il tragitto della processione. La legna era offerta dalla gente del quartiere. Il fuoco veniva appiccato all'approssimarsi della processione, in modo che il falò raggiungesse il culmine al momento del passaggio della statua del santo. Ogni rione cercava di realizzare il falò più alto e spettacolare. Il parroco, al passaggio della statua, benediceva i fuochi. A sera, gli abitanti del rione si raccoglievano attorno al fuoco e cuocevano le patate. Gli anziani raccontavano i cònte (racconti), storie di santi e eroi del popolo tramandate per generazioni, e proponevano i primi indovinelli di Carnevale. Sul tardi, si soffocavano le braci residue e si distribuivano i carboni benedetti alle famiglie del quartiere, a protezione delle case dai fulmini, dagli incendi e dalle disgrazie. La cenere, la mattina seguente, veniva sparsa nei campi. La sera del 19 gennaio, vigilia di San Sebastiano, veniva prelevata la statua del santo dalla chiesa a lui dedicata, fuori le mura, a poche centinaia di metri dalle sorgenti del Gizio, e trasferita con una piccola processione nella chiesa di Sant'Antonio. Il giorno dopo aveva luogo la processione solenne, che ripeteva quella di Sant'Antonio, con la benedizione dei fuochi e la distribuzione dei carboni e delle ceneri.

Solstizio d'Inverno

Dopo le feste di novembre la luce del sole continua a declinare, fino a toccare il punto più basso col solstizio di dicembre. Allora, nel mondo contadino arcaico, su ogni altra preoccupazione prevaleva la paura dell'estinzione della luce. Di conseguenza i riti solstiziali di Capodanno erano finalizzati soprattutto a scongiurare la morte del sole. Il loro elemento più significativo era il fuoco, da quello del ciocco di Natale ai falò di Sant'Antonio Abate.

Natale

E' viva e diffusa l'usanza di preparare due tipi di dolci augurali, legati al simbolismo magico della tradizione contadina: le cròstele (ciambelle fritte, dal lat. crustola) e i cice repline (ceci ripieni o, meglio, ripieno di ceci). Le prime, come tutti i dolci di forma anulare, operano magicamente (per magia simpatica) sulla continuità dei cicli temporali, scongiurandone l'interruzione. I secondi, morbidi e pieni come seni di donne lattanti o zolle di terra fecondata dai semi, propiziano la fertilità dei campi e l'abbondanza del raccolto. Non diversamente dai semi di zucca, i ceci fanno parte di una diffusa simbologia della fecondità. Fino agli anni '50 si è conservata la tradizione del ceppo natalizio (ciòcca o capezzone). "La mattina del dì di Natale usano le contadinelle portare alle case vicine un grosso pezzo di pedale di un albero, e ne hanno regalate delle ghiottonerie" (Pietro De Stephanis). Il motivo del fuoco torna nelle torce accese che i ragazzi agitavano per le strade la sera della vigilia per annunciare la messa di mezzanotte.

Capodanno

La mezzanotte del 31 dicembre segna il discrimine tra la fine dell'anno vecchio e l'inizio del nuovo. A questo punto di sospensione cronologica sono legate due belle leggende pettoranesi. La prima riguarda l'acqua del Gizio, "che in punto a mezzanotte si arresta e diventa oro" (come dire, il flusso del tempo si ferma e il mondo è sospeso per un attimo indeterminato nell'eternità). "Una donna che non sapeva tutto questo -ma è grandissimo tempo addietro- si trovò ad attingere proprio in quel momento e, invece dell'acqua, portò a casa una conca d'oro" (G. Finamore). La seconda leggenda è ispirata a S. Margherita, patrona del paese e signora delle acque del Gizio, che fila il suo fuso d'oro nella grotta della Valle di Frevana. Si tramanda che la santa, a mezzanotte di Capodanno (o, secondo altri, di Natale), prende le fattezze di una fanciulla incantevole e si rende visibile a chi abbia l'ardire di scalare la roccia e arrampicarsi fino alla grotta. Ma la cerimonia indubbiamente più suggestiva del Capodanno pettoranese, tuttora in auge, è la serenata augurale di questua della notte di San Silvestro. "Nella sera della vigilia, dall'Avemaria fino ad ora tarda, le donne, in brigatelle, vanno in giro nel paese, cantando auguri senza accompagnamento di strumenti musicali" (G. Finamore, 1890). La canzone, cantata con le bocche accostate al buco della serratura, si chiudeva con l'augurio di buon anno. La mattina dopo, le comari tornavano nelle case dove avevano lasciato la bona nova e ricevevano la strenna in beni di natura. Nel Capodanno del 1925 il canto anonimo popolare cominciò a cedere il passo alla serenata organizzata da un apposito concertino, che da allora avrebbe presentato ogni anno una canzone nuova. Tuttora, nella notte di San Silvestro, la gente continua ad uscire e a incontrarsi sulle strade per scambiarsi gli auguri, ascoltare e cantare insieme la nuova canzone.

Feste dei Fuochi

Dopo l'Epifania, le feste dei fuochi chiudevano il periodo solstiziale e aprivano quello di Carnevale. I giorni solenni erano il 17 e il 20 gennaio, rispettivamente dedicati a Sant'Antonio Abate (Sant'Antonie o Antùane viècchie), protettore del mondo rurale, e a San Sebastiano, guaritore delle polmoniti. Il 16 gennaio, vigilia di Sant'Antonio, si cacciavano dalle stalle gli animali da fatica (asini, muli, cavalli, buoi) o di produzione (mucche, pecore e capre) e si portavano sul sagrato della chiesa del santo. Quando la piazzetta antistante era colma come una fiera, il parroco impartiva la benedizione e i contadini, subito dopo, baciavano i loro animali sulla fronte. La benedizione di Sant'Antonio aveva il potere di preservare le bestie dalle malattie e dalle fatture delle streghe per tutto l'anno, di renderle feconde e di restituirle alla pienezza del loro vigore fisico dopo il lungo torpore della stagione invernale. Il giorno successivo si svolgeva la processione. Usciva dalla chiesa del santo, faceva il giro del paese e rientrava nella chiesa madre, in piazza della Prece. Giovani e ragazzi alzavano cataste di legna, frasche e ginepri verdi su ogni slargo o piazzola posta lungo il tragitto della processione. La legna era offerta dalla gente del quartiere. Il fuoco veniva appiccato all'approssimarsi della processione, in modo che il falò raggiungesse il culmine al momento del passaggio della statua del santo. Ogni rione cercava di realizzare il falò più alto e spettacolare. Il parroco, al passaggio della statua, benediceva i fuochi. A sera, gli abitanti del rione si raccoglievano attorno al fuoco e cuocevano le patate. Gli anziani raccontavano i cònte (racconti), storie di santi e eroi del popolo tramandate per generazioni, e proponevano i primi indovinelli di Carnevale. Sul tardi, si soffocavano le braci residue e si distribuivano i carboni benedetti alle famiglie del quartiere, a protezione delle case dai fulmini, dagli incendi e dalle disgrazie. La cenere, la mattina seguente, veniva sparsa nei campi. La sera del 19 gennaio, vigilia di San Sebastiano, veniva prelevata la statua del santo dalla chiesa a lui dedicata, fuori le mura, a poche centinaia di metri dalle sorgenti del Gizio, e trasferita con una piccola processione nella chiesa di Sant'Antonio. Il giorno dopo aveva luogo la processione solenne, che ripeteva quella di Sant'Antonio, con la benedizione dei fuochi e la distribuzione dei carboni e delle ceneri.

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