Sei qui: HomePettorano sul GizioTradizioniLuglio-Settembre

Luglio-Settembre

Santa Margherita - 13 luglio

Festa di Santa Margherita vergine e martire, patrona del paese e signora del Gizio. In onore della signora delle acque freschissime del fiume ("gelide" le dice Ovidio nei suoi versi), che alimentano le fontanelle sparse nella parte meridionale della Valle Peligna e rendono fertili i campi del Sulmonese, la città di Sulmona contribuiva ai festeggiamenti con un'oblazione della comunità municipale. Ma la festa, naturalmente, era dei pettoranesi, che la sentivano e continuano a sentirla ancora oggi come un elemento essenziale della loro identità culturale di appartenenza. L'intensità di questo legame originario è espressa dal detto popolare riferito al giorno della festa:
Santa Margarita - chi 'nn è revenute, /o s'è muèrte o s'è perdute.
(Santa Margherita - chi non è tornato /o è morto/ o si è perso).

Sant'Anna - 26 luglio

Sospensione dei lavori di mietitura e di trebbiatura del grano, in onore di Sant'Anna, madre della Madonna.

San Gerardo

Dal 9 al 12 agosto si svolgeva il pellegrinaggio di San Gerardo, in Val Comino. Una folta compagnia di uomini e donne, soprattutto giovani, sotto la guida di un veterano detto capo-compagnia, partiva alla volta della lontana Gallinaro, in provincia di Frosinone. I fedeli erano forniti di uno zaino e di un bastone di San Gerardo, segno caratteristico del santo pellegrino. Il pellegrinaggio culminava nella partecipazione alla processione del santo per le vie di Gallinaro e, tra andata e ritorno, durava quattro giorni. All'andata, lungo la strada i pettoranesi si incontravano con i pellegrini provenienti da Scanno, pernottavano nello stesso luogo e facevano insieme il resto del cammino. Al ritorno, presso una fontana posta appena fuori dell'abitato di Gallinaro, aveva luogo il rito dell'acqua de santa Fléceta, consistente in una sorta di battesimo di adulti. Tra le persone legate da affetto o che avevano familiarizzato durante il viaggio si stringevano rapporti di comparatico e soprattutto di comaratico. Le donne che volevano "farsi a comare" (comari di San Gerardo) si bagnavano vicendevolmente il dorso della mano sinistra e pronunciavano la formula rituale "Padre, Figlio e Spirito Santo: salute, commà!".

San Rocco - 16 agosto, e la "murgiata" (lapidazione) del gallo
 
La lapidazione del gallo si svolgeva nelle piazze periferiche (Arischia, San Nicola, Ponte del Rio), con una larga partecipazione popolare. Il gallo veniva legato ad un palo con una cordicella più o meno lunga, tale da consentirgli una certa libertà di movimento. La mobilità del bersaglio rendeva più difficile il tiro a segno, più lenta e atroce l'agonia della bestia e più affascinata la partecipazione emotiva della gente che assisteva al gioco. La gara prevedeva la distribuzione, dietro un corrispettivo in denaro, di un certo numero di "colpi" a ciascun concorrente e la consegna della vittima uccisa al vincitore finale, che in genere la dava a cucinare per un pubblico banchetto. Questo gioco (per noi, oggi, incredibilmente crudele) rappresentava l'esito residuale di un antico rito vittimario. Probabilmente il gallo è la controfigura animale del parassita che vive dei frutti del lavoro altrui: da una canzone pettoranese dell'Epifania sappiamo che "lo gallo non feta l'uovo". La sua uccisione e il banchetto delle sue carni servivano a purificare la collettività dai comportamenti parassitari e a restituirle le risorse che le erano state indebitamente sottratte. Altri studiosi pensano ad un rito di passaggio, riservato ai ragazzi sulla soglia della giovinezza. In questo caso, la lapidazione rappresenta la fine rituale del "gallismo" dell'adolescente ormai maturo per assumere la responsabilità dell'adulto. Di conseguenza il rito andrebbe inteso come una prova finalizzata a selezionare gli elementi più forti del nuovo gruppo che entrano a far parte, a pieno titolo, della comunità del villaggio.

San Donato - 4 settembre

Pellegrinaggio a Castel di Ieri, nella Valle Subequana, e visita a San Donato, protettore degli epilettici.

Madonna del Carmine

La festa della Madonna del Carmine, alla fine di settembre, chiudeva l'estate ed apriva il tempo della transumanza, come l'analoga festa che si svolgeva a Scanno nello stesso periodo. Essa culminava a sera, con il ballo delle pupazze, figure femminili fatte di cartapesta colorata. Simboli di leggerezza e di dissipazione, non di rado le pupazze venivano chiamate col nome o col nomignolo di "donnine" proverbiali o di pubblica conoscenza. Ogni figura era animata da un portatore celato al suo interno, sotto le ampie gonne svolazzanti, e tutte insieme volteggiavano per il cielo della piazza, al suono della banda e tra la gente accalcata intorno. Alla fine qualcuno appiccava il fuoco a una di esse. Allora il portatore della pupazza in fiamme imprimeva un ritmo più frenetico e convulso alla danza e cercava lo scontro con le altre pupazze. Queste, a loro volta, prendevano a urtarsi e incendiarsi a vicenda, in preda ad un'improvvisa furia autodistruttiva. Così il ballo si trasformava rapidamente in un rogo purificatorio generale, passando dall'esultanza di vivere al gusto amaro del disfacimento e della morte: dall'allegria alla cenere. Nel rito si incontrano significati antichissimi (purificazione attraverso il fuoco) e significati cristiani (condanna della lussuria) in tema con la celebrazione della Vergine, in linea col sincretismo religioso che caratterizza la storia della civiltà contadina.

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